sabato 20 febbraio 2010

Visti da Fuori

The Independent: altro che veline, i veri guai del premier si chiamano Bertolaso



Ronald Reagan si era guadagnato il nomignolo di presidente “Teflon”, ma la capacità di Berlusconi di scrollarsi di dosso le disgrazie fa impallidire la metafora dedicata al presidente americano. Dieci mesi fa, mentre mi preparavo a partire da Roma, Berlusconi sembrava in pieno declino. A metterlo all’angolo era stata la moglie Veronica: lo scorso aprile l’annuncio che intendeva divorziare sembrò aver spezzato l’incantesimo che aveva ipnotizzato il Paese per anni. D’improvviso si ebbe l’impressione che la gente cominciasse a vederlo per quello che era. I commenti di Veronica – una donna che gli era stata stoicamente accanto per 30 anni - sulla sua abitudine di frequentare minorenni, la sua condanna del “ciarpame” – le showgirl prosperose – che voleva candidare alle elezioni europee, il suo accenno criptico secondo cui «mio marito non sta bene», gettarono una luce nuova e sinistra su Berlusconi. Sarà pure super-ricco, brillante, pieno di energia, carismatico – ma che schifo! Con che personaggio squallido siamo alle prese! E a quali orrori alludeva la frase di Veronica «non sta bene»? Di quali sfoghi di megalomania, sadismo o psicosi sarà stata al corrente la sciagurata Veronica?

Sono tornato in Italia sei mesi dopo e tutto era cambiato: il Vaticano in ambasce per lo scandalo Boffo, Veronica costretta alla difensiva con Berlusconi che minacciava di darle lo sfratto e un gran parlare di Berlusconi nei panni della vittima cui si voleva togliere il potere a causa delle sue birichinate sessuali.

Ora si stanno nuovamente accumulando brutte notizie per Berlusconi – alla vigilia delle regionali, come egli stesso sottolinea. L’accusa di aver corrotto David Mills inducendolo a mentire ai giudici sulle sue società offshore e sui fondi neri sarà discussa la settimana prossima dinanzi a due tribunali e Berlusconi ha dichiarato che sarà presente al processo quando verrà ripreso a Milano, anche se non ci scommetterei. Nel frattempo sono arrivati guai seri da un’altra direzione.

Guido Bertolaso è stata la grande scoperta di Berlusconi dopo la vittoria elettorale del 2008. Personaggio vigoroso, riflessivo, perennemente accigliato, Bertolaso, capo della Protezione Civile, incarnava alla perfezione la promessa del primo ministro di non farsi intralciare dalle pastoie della burocrazia e di affrontare i problemi più difficili del Paese.
Accanto a Berlusconi a Napoli due anni fa, subito dopo le elezioni, c’era Bertolaso pronto a promettere di far sparire la montagna di rifiuti che soffocava la città – e mantenne la promessa. È stato Bertolaso lo scorso aprile ad accompagnare il primo ministro ripetute volte a L’Aquila dopo il terremoto promettendo alle vittime del disastro una casa in tempi brevissimi e la ricostruzione della città in tempi record e senza cedimenti alla corruzione.

Berlusconi ha venduto Bertolaso all’opinione pubblica descrivendolo come estremamente onesto, lavoratore e affidabile, un puritano tutto d’un pezzo in grado di essere complementare rispetto al più estroso Cavaliere. E grazie al favore del primo ministro, la Protezione Civile è diventata l’istituzione più rispettata e privilegiata del panorama nazionale tanto che la maggioranza ha presentato un disegno di legge per privatizzarla.
Il signor “Perfettino”, però, non era come sembrava. Dopo aver intercettato il telefono di Bertolaso e di un certo numero di imprenditori amici suoi, i magistrati di Firenze hanno dichiarato che in base alle registrazioni – le cui trascrizioni hanno riempito le pagine dei quotidiani italiani – si è portati a ritenere che Bertolaso sia stato da sempre in combutta con imprenditori di dubbia moralità che gonfiavano i costi in ragione di decine di milioni di euro e compensavano l’uomo di Berlusconi per la sua discrezione mettendo a sua disposizione una prostituta brasiliana “di alta classe” di nome Monica.

Il progetto di privatizzazione della Protezione Civile diretta da Bertolaso è stato bloccato e lo stesso Bertolaso è sull’orlo del baratro. Ma il suo protettore non sembra aver patito danni particolari a causa dei guai del suo fidato luogotenente. Dall’opposizione nessuno chiede che il primo ministro assumendosi le sue responsabilità spieghi come e perché il suo protetto ha fatto questa rapida e strabiliante carriera.

Berlusconi ha incarnato lo Stato italiano per quasi tutti gli ultimi 15 anni – ma secondo Curzio Maltese è stato in realtà il tenace nemico dello Stato tacitamente impegnato ad aiutare chi si arricchiva o chi voleva arricchirsi evitando di pagare le tasse. È questa una convincente spiegazione della sua popolarità, una popolarità che resiste ai suoi infortuni politici e al deplorevole stato dell’economia italiana. Ogni qual volta viene alla luce una accusa di illegalità, per gli evasori fiscali altro non è che la conferma che Berlusconi è il loro uomo. Ogni qual volta l’economia fa segnare un arretramento, quanti sono riusciti a non farsi beccare dalla Guardia di Finanza ringraziano la loro buona stella per il fatto che Berlusconi sta dalla loro parte.

Oggi l’Italia sta divorando se stessa. Ricchezza privata e miseria pubblica; continui tagli di spesa che colpiscono senza pietà scuole, università, ospedali e musei mentre le gerontocrazie chiuse nel loro bunker non vengono nemmeno sfiorate; un numero sempre crescente di giovani intraprendenti e di talento che scappano all’estero per studiare e lavorare mentre i loro coetanei meno avventurosi faticano a sbarcare il lunario con lavori insicuri e miseramente retribuiti; una criminalità organizzata che non fa che estendere la sua sfera di influenza; paura e odio per gli immigranti, sentimenti cinicamente incoraggiati dai politici del governo: questa è la deprimente eredità di Berlusconi.

Tra gli altri “Grandi Eventi” affidati a Guido Bertolaso, braccio destro di Berlusconi nella Protezione Civile, c’erano le stravaganze previste per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Forse si farebbe meglio ad annullare tutto. Uno dei padri fondatori dell’Italia ebbe ad osservare: «abbiamo fatto l’Italia, ora bisogna fare gli italiani». Si era appena a metà dell’opera quando Berlusconi ha contribuito a disfare buona parte del tessuto dell’identità nazionale. Se essere cittadini significa in misura considerevole dare a Cesare quel che è di Cesare, non è stato solamente l’erario a patire le conseguenze della generosità di Silvio nei confronti degli evasori. È stato mortificato anche lo spirito della nazione.
© The Independent

mercoledì 17 febbraio 2010

L’Italia di Berlusconi, un paese sulla via dell’imbarbarimento

Libération


L’Italia è un paese normale? L’anomalia che rappresenta Berlusconi – il fatto che concentri su di sé il potere politico e mediatico, che utilizzi il Parlamento come “fabbrica” per produrre leggi atte a salvarlo dai tribunali, che getti fango sulla magistratura, che critichi senza sosta la Costituzione, che riduca la politica in barzellette e dichiarazioni istrioniche, che si trascini dietro i resti dei suoi scandali sessuali – indurrebbe a rispondere di no.

Ma c’è di più. Ciò che colpisce, ad esempio, è che dopo essere stata giudicata come laboratorio all’avanguardia d’Europa, l’Italia, oggi, regredisce ad uno stato “provinciale”. La sua stessa classe politica è provinciale, viaggia poco, raramente parla inglese. Il ruolo centrale ancora attribuito alla televisione rimane [tipico degli, N.d.T.] “anni ‘80″. Si va “in” televisione tutti in ghingheri, tutto è intrattenimento, pubblicità, talk show dominati dalle urla, sederi e pizzi, le trasmissioni d’inchiesta sono rarissime, quelle, di approfondimento, alle quali parteciperebbero filosofi, storici, sociologhi, psicanalisti o scienziati praticamente non esistono.

Una sera su due, su Rai Uno, condotto da un inamovibile giornalista sdolcinato e servile, c’è Porta a porta, una sorta di messa alla quale partecipano sempre gli stessi politici, e che non è lontano dal rimpiazzare Camera e Senato. Molto raramente, nel pubblico delle trasmissioni politiche, sportive o di varietà, si vede un nero o un mulatto.

Nuova provincia, L’Italia perde punti un po’ in tutte le classifiche, che riguardino la scuola, la sanità, l’ecologia, i diritti, la cultura (budget massacrato) e persino la tecnologia. Ancora recentemente, dopo Bob Geldof, che rimproverava al governo di far quadrare i conti a scapito dei poveri, è Bill Gates in persona ad essere intervenuto per accusare Berlusconi (”I ricchi spendono molti più soldi per risolvere i propri problemi personali, come la calvizie, di quanti ne spendano per combattere la malaria”) di dimezzare gli aiuti pubblici allo sviluppo promessi davanti alle telvisioni, facendo dell’Italia “il paese europeo più avaro”.

Stessa regressione a livello informatico. Sapete che, a causa del decreto Pisanu, per la connessione senza fili ad internet nei luoghi pubblici, un aeroporto o un internet-caffè, è necessaria la carta d’identità? Che gli stanziamenti per lo sviluppo della banda larga sono bloccati dal 2008, che nei ranghi della maggioranza, si levano voci che chiedono il controllo dei social network come Facebook? Che si firmano petizioni ovunque, chiedendo al governo di “emancipare internet” da norme legislative che penalizzano il futuro del Paese, il quale, per l’accesso alla rete, è già “arretrato e sotto-sviluppato rispetto al resto dell’Europa”? È vero che Berlusconi è un uomo della televisione vecchio stile, per il quale Internet è pericoloso, in quanto “fluido”, incontrollabile – al di fuori del suo impero.

Ma è a livello della società che la regressione è più marcata. Berlusconi mobilita talmente l’attenzione che all’estero non si capisce molto bene che l’effetto maggiore è piuttosto una deriva della società verso le posizioni della Lega Nord, deriva che porta con sè un degrado morale e civico, ossia un “imbarbarimento” dell’Italia. La Lega Nord di Umberto Bossi – il cui organo, La Padania, scriveva: “Quando ci libererete dai negri, dalle puttane, dai ladri extracomunitari, dagli stupratori color nocciola e dagli zingari che infestano le nostre case, le nostre spiagge, le nostre vite, le nostre menti? Buttateli fuori, questi maledetti!” -, alleata fondamentale del partito di Berlusconi, ha fatto eleggere i suoi uomini, di cui molti sono ministri, in un numero considerevole di amministrazioni, ha diffuso ovunque i suoi valori ed il suo linguaggio, ha sdoganato e reso normale l’atteggiamento xenofobo.

Ci vorrebbe una biblioteca vaticana per enumerare i discorsi d’incitazione all’odio razziale, [discorsi] di omofobia, di “anti-meridionalismo”, pronunciati dai suoi esponenti. Che si guardino su YouTube dei video del signor Mario Borghezio, o che si ascoltino alcuni estratti delle trasmissioni di Radio Padania: in nessun paese verrebbe tollerato un tale scatenarsi d’odio, e di stupidità, xenofobo! Si difendono i valori cristiani, la famiglia, il lavoro, si vuole la croce sul tricolore ed il crocefisso nelle scuole, ma il ministro dell’Istruzione prevede d’imporre un limite agli stranieri nelle classi, il ministro dell’Interno ha voluto istituire ronde di sorveglianza (fiasco colossale, fortunatamente, nessuno si è presentato per costituirle), ha stabilito che il solo fatto di essere un candestino costituisce reato.

Una piccola star della politica, capo d’impresa alla destra dell’estrema destra, indicata quale futuro sotto-segretario al Welfare in quanto ben voluta da Berlusconi (a proposito del quale aveva detto: “è ossessionato da me, tanto non gliela do “, o “a lui piacciono solo le donne in posizione orizzontale”), si è distinta finemente dichiarando che “Maometto era un pedofilo”. Un fanatico (un eletto) ci teneva a disinfettare i treni presi dai Nigeriani, un altro (anch’egli eletto) voleva “eliminare tutti i bambini (rom) che derubano gli anziani” e, interrotto dagli applausi del “popolo della Padania”, invitava i musulmani a “pisciare nelle loro moschee”.

Altri ancora hanno appiccato incendi a baracche d’immigrati, proposto vetture dei treni o linee autobus separate per italiani e stranieri…

Discriminazioni di ogni genere, aggressioni, spedizioni punitive [di matrice etnica, N.d.T.], a volte crimini, strisconi e grida razziste nei raduni della Lega, vera e propria caccia all’uomo nero, con bastoni e fucili, che evoca, per la stampa internazionale, il Ku Klux Klan, e che, al ministro dell’Interno, fa dire: “Noi abbiamo dimostrato troppa tolleranza verso gli immigrati.”

Ciò suscita poche reazioni in Europa. Ed è senza dubbio in questo senso che l’Italia è la più “provincializzata”: la si guarda da lontano e dall’alto, amandola al contempo per la sua cucina, la sua arte ed i suoi paesaggi, non la si prende troppo sul serio, né nel bene, né nel male. Si provi ad immaginare cosa succederebbe nelle strade di Londra, Parigi, Berlino o altrove se la Lega Nord fosse un partito, diciamo, austriaco, o francese, e se Umberto Bossi si chiamasse Jörg Haider!



martedì 26 gennaio 2010

L’imperatore che governa con il telecomando

[Dagens Nyheter - Svezia]


Ha il controllo di cinque canali tivù, imprese edili, giornali, la squadra di calcio AC Milan e oltretutto è il capo del governo italiano. Le accuse di corruzione e le ragazze escort, gli scandali vanno e vengono ma Silvio Berlusconi sembra rimanere, e governa il suo paese anche e soprattutto attraverso la tivù.

Quando andai a vivere in Italia per la prima volta nel 1982, ricordo lo shock che provai vedendo che c’erano centinaia di canali televisivi. La pubblica RAI ne aveva già tre, mentre Silvio Berlusconi solo due – Canale 5 e Italia 1 – avremmo dovuto aspettare fino al 1984 prima che si accaparrasse Rete 4. Un enorme frastorno mediatico per un giovane studentello malnutrito come me, abituato alle repliche della SVT, ripetute fino alla nausea, e all’assenza della pubblicità.
Facevo uno zapping selvaggio con il telecomando e guardavo un film dietro l’altro. Su di un canale trovavo signore truccatissime che facevano l’oroscopo e i tarocchi a spettatori che telefonavano, e nel seguente mi imbattevo in casalinghe di mezz’età che a metà pomeriggio facevano lo spogliarello.

Quando i miei genitori una volta vennero a trovarmi, il padrone di casa diede a mio padre il telecomando, spiegando che come ospite d’onore poteva scegliere il canale che avremmo guardato mentre cenavamo. Un gesto di grande benevolenza e il massimo dell’ospitalità per Vincenzo Casagrande, un tappezziere 60enne la cui televisione, così come quella della maggioranza degli italiani, era sempre accesa.

In Italia, in nove case su dieci la televisione è posizionata in modo tale da poterla vedere dal tavolo da pranzo. Alla fine, se non si ha il buon senso di spegnerla, l’indottrinamento diventa totale. I tanti spot e i giochi a premi si susseguono uno dopo l’altro. E se i conduttori sono sempre più anziani e stempiati, le signorine dei programmi hanno sempre meno vestiti addosso. Saltano, si dimenano, ballano e soprattutto hanno il compito di invogliare lo spettatore a non cambiare canale quando ad esempio arriva la pubblicità. Vengono chiamate “veline” – difficile da tradurre, ma all’ultimo festival di Venezia io e altri colleghi siamo stati d’accordo sul fatto che l’unica parola svedese corretta sia kuttersmycke (n.d.t. ragazza “da esibire”).

Durante i miei anni in Italia, Berlusconi ha cambiato tanto la scena politica quanto il mondo della televisione. Egli è prima di tutto un piazzista. Sui suoi canali commerciali, allo stesso modo in cui ha venduto case, pannoloni e olio di oliva, vende adesso politica con successo. La parola successo si basa sulla sua attuale maggioranza parlamentare da record, anche se in effetti ha pesantemente manipolato le leggi elettorali che gli hanno dato premi di maggioranza spropositati. L’uomo che ha costruito il suo impero televisivo è lo stesso che ha costruito il suo partito, Forza Italia, chiamato adesso Partito della Libertà (come se l’Italia non fosse un paese libero?). Si chiama Marcello Dell’Utri, ha 68 anni ed è stato rieletto senatore nel 2008, nonostante sia già stato condannato a nove anni di carcere per collusione con la mafia siciliana. Un dettaglio insignificante che pesa quanto una piuma in una campagna elettorale italiana.

Da 15 anni la televisione e la politica hanno il medesimo linguaggio autocratico e spesso anche la stessa obsoleta concezione della donna: ragazze prosperose che ricordano le pin-up degli anni ’60, di cui l’attuale ministro delle pari opportunità Mara Carfagna, 34 anni e un passato da modella, rappresenta uno degli elementi più sobri.

Lo scrittore ed ex-professore di lingue slave all’università di Roma Predrag Matvejevic, che adesso vive a Zagabria, ha diverse volte in scritti e dibattiti chiamato l’Italia di oggi “democratura”. E non è difficile vedere come si sta svuotando la democrazia italiana della sua linfa. Il parlamento ha ormai come unico compito quello di far passare decreti che entrano immediatamente in vigore. Questioni importanti, come il piano finanziario del governo, vengono decise con un frettoloso voto di fiducia. Il dibattito parlamentare è stato troncato o ridotto al minimo per lasciare spazio a decisioni rapide. Un fatto che ha spinto persino Gianfranco Fini, alleato fraterno e presidente della camera, a stigmatizzare il comportamento del primo ministro definito “atteggiamento da Cesare”.

Uno dei nuovi arrivati al parlamento dominato da Berlusconi è Gianrico Carofiglio. Alle spalle, una lunga carriera da giudice e anche diversi libri, tra cui gialli che spesso si svolgono nella sua Bari, nell’Italia del sud. Da un anno e mezzo è al senato con i Democratici dell’opposizione.
- Un’esperienza stimolante, anche se dal punto di vista democratico la sensazione è piuttosto cupa – mi dice quando lo incontro nel suo ufficio proprio dietro il senato.
- Oggi il parlamento è un’istituzione fortemente indebolita. Sul posto si ha la netta sensazione che il processo decisionale sia stato trasferito altrove.

Non si tratta solo dei molti decreti del governo. La maggior parte delle proposte di legge vengono dal governo e non da singoli parlamentari. Carofiglio dà senza esitazione la colpa di ciò a Berlusconi e ai suoi alleati, il partito anti-immigrati Lega Nord.
- Sono due partiti fortemente populistici cui le regole parlamentari non interessano granché. Il loro ragionamento, in parole povere, è “se le regole ci vanno bene le rispettiamo, sennò ce ne freghiamo o le cambiamo con ogni strumento a disposizione”.

Carofiglio è un degli 80 senatori che hanno firmato una mozione in difesa della costituzione del paese. Spiega che la considera minacciata, non da ultimo per via di tutte le leggi su misura che il governo ha presentato. La più importante di esse, quella che avrebbe dato a Berlusconi l’immunità, è stata bocciata quest’autunno dalla corte costituzionale. Il fatto che l’avvocato difensore di Berlusconi Niccolò Ghedini sia anche parlamentare e oltretutto sia presente in commissione di giustizia costituisce secondo Carofiglio una situazione senza senso. “Un giorno è in tribunale e difende il suo cliente, per poi trovarsi il giorno dopo in parlamento ad elaborare leggi che possano fermare i processi.” L’ultima proposta di Ghedini di porre un limite massimo di sei anni per ogni processo (dalla prima istanza fino al Tribunale superiore) è come cambiare le regole del gioco nel bel mezzo della partita. Per Carofiglio è come essere in vantaggio 1 a 0 a fine primo tempo e fischiare subito la fine per non rischiare di perdere nel secondo tempo.

- Il fatto che Berlusconi sia il primo ad infrangere le regole a tutti i livelli è qualcosa di molto pericoloso che avvelena la vita pubblica del nostro paese. Quando chi ha il diritto di correggerlo (ad esempio la corte costituzionale) lo fa, il primo ministro sommerge tale istituzione di odio e disprezzo.
- La democrazia sta male e potrebbe anche peggiorare. Ci vorrà molto tempo per curare le ferite.
Alcuni mesi fa, Carofiglio ha scritto su La Repubblica a proposito della capacità di provare vergogna. O, per meglio dire, dell’incapacità degli italiani di provare vergogna.
- Se provo dolore, capisco che c’è qualcosa che non va e cerco di curarlo. Se mi vergogno, mi rendo conto di aver fatto qualcosa di sbagliato e forse di aver contravvenuto ad accordi sociali della collettività. Ma se perdo la capacità di provare vergogna, allora la mia vergogna si tramuta in superbia e presunzione.

- Questo potrebbe essere l’inizio di malattie gravi che verranno poi scoperte troppo tardi, dice Carofiglio riferendosi a Berlusconi che negli ultimi anni ha frequentato sia minorenni che prostitute.
Al momento dell’intervista, il quarto romanzo di Carofiglio sull’avvocato Guido Guerrieri non era ancora stato pubblicato. ”Le perfezioni provvisorie” è uscito solo giovedì scorso. Ma Carofiglio nega che la sua nuova vita da parlamentare abbia ispirato questo giallo. Non è il Bo Balderson del parlamento italiano, insomma.
- La storia l’avevo pronta già all’inizio del 2009, ma mentre la completavo e riscrivevo durante l’estate ecco che scoppia un intricato caso di droga e prostituzione. Uno dei protagonisti del libro è Nadia, un’ex prostituta di Bari, che del resto era già presente in uno dei miei libri precedenti.

Per sicurezza, Carofiglio ha scelto di provvedere il libro di una precisazione in cui spiega che tutto è finzione, dato che la storia sembra avere parecchie cose in comune con le indagini dell’estate scorsa su droga e prostituzione, che coinvolgevano anche Berlusconi per via dei suoi contatti con Gianpaolo Tarantini. Quest’ultimo è l’uomo che ha presentato a Berlusconi la prostituta Patrizia D’Addario, la quale non solo ha passato la notte nella residenza istituzionale del governo, ma ha anche registrato Berlusconi che diceva: “Aspettami nel lettone di Putin” – e ovviamente è di Bari!
Il conflitto di interessi tra l’imprenditore e il politico Silvio Berlusconi è il problema principale dell’Italia di oggi. Un problema che però non viene mai discusso. Il conflitto non è mai stato risolto e diversi governi di sinistra hanno lasciato la questione da parte, per paura di perdere voti e di essere tacciati per sempre da Berlusconi di essere comunisti.

Per sicurezza, Carofiglio ha scelto di provvedere il libro di una precisazione in cui spiega che tutto è finzione, dato che la storia sembra avere parecchie cose in comune con le indagini dell’estate scorsa su droga e prostituzione, che coinvolgevano anche Berlusconi per via dei suoi contatti con Gianpaolo Tarantini. Quest’ultimo è l’uomo che ha presentato a Berlusconi la prostituta Patrizia D’Addario, la quale non solo ha passato la notte nella residenza istituzionale del governo, ma ha anche registrato Berlusconi che diceva: “Aspettami nel lettone di Putin” – e ovviamente è di Bari!
Il conflitto di interessi tra l’imprenditore e il politico Silvio Berlusconi è il problema principale dell’Italia di oggi. Un problema che però non viene mai discusso. Il conflitto non è mai stato risolto e diversi governi di sinistra hanno lasciato la questione da parte, per paura di perdere voti e di essere tacciati per sempre da Berlusconi di essere comunisti.

Berlusconi guarda ai suoi elettori come se fossero un pubblico televisivo, e in effetti lo sono in larga misura. Nei 16 anni di politica attiva di Berlusconi, è cresciuta una nuova generazione che adesso ha diritto di voto.
- Non hanno la più pallida idea di che cosa sia la divisione dei poteri e il conflitto di interessi. Continuo ad arrabbiarmi ogni giorno, ma ormai sono rimasto quasi solo io, dice il giornalista televisivo Santo Della Volpe, che ha lavorato 28 anni al TG 3 del terzo canale pubblico della RAI. Uno dei pochi programmi di informazione che non sono stati trasformati in megafoni del governo.

- Io difendo il servizio pubblico. Noi di RAI 3 siamo sempre stati una voce indipendente e cerchiamo di continuare ad esserlo.
Berlusconi controlla cinque canali tivù nazionali, principalmente i suoi tre: Rete 4, Canale 5 e Italia 1. La sua ampia maggioranza parlamentare fa sì che possa esercitare anche un’influenza forte e diretta sia sulla dirigenza della RAI che sulla nomina dei direttori delle reti e dei telegiornali. Ne sono stati cambiati diversi durante il 2009. Una delle scelte più discusse è stata quella di Augusto Minzolini come nuovo direttore del TG 1, il telegiornale più importante. Berlusconi ha insomma piazzato un altro dei suoi giornalisti-lacchè. Minzolini appare sullo schermo solo per esporre i propri commenti personali. In uno di essi, Minzolini ha dichiarato che le affermazioni sulle frequentazioni di Berlusconi con prostitute erano “solo gossip”, ragion per cui il TG 1 non ne avrebbe parlato nei suoi servizi.

Le epurazioni di Berlusconi sono passate anche da RAI 3. Cambio di direttore generale e di quello del TG. Dopo una lunga battaglia, la conduttrice della redazione Bianca Berlinguer è stata nominata direttrice. È determinata e indipendente, e da diversi decenni dimostra che sta in RAI per meriti propri e che non è soltanto la figlia maggiore dello storico leader del partito comunista italiano, Enrico Berlinguer.
La scelta non è certamente stata una correzione verso destra, ma comunque un modo per Berlusconi di dimostrare il suo potere e la sua influenza su di un canale che egli considera un avversario politico.

Tutte le apparizioni di Berlusconi sono accuratamente adattate alle esigenze televisive. Dopo l’attacco di dicembre, la sua popolarità è cresciuta. Il 13 dicembre un uomo gli ha lanciato in faccia un modellino del duomo di Milano, causandogli la rottura del naso e di alcuni denti. Le immagini di un sanguinante primo ministro hanno poi fatto il giro del mondo.
- Qualcosa dev’essere andato storto. Berlusconi sembra aver scelto di fare la parte del martire. La polizia è andata via con il primo ministro solo dopo che questi era uscito di nuovo dalla macchina e aveva mostrato a tutto il mondo il suo volto sanguinante, dice Santo Della Volpe.

Il regista Marco Tullio Giordana ha una relazione semplice ed incontroversa con la tivù. Non la guarda. Nella sua casa di campagna, dove scrive le sue sceneggiature, la tivù non c’è. Eppure ha arricchito la televisione italiana, con il magnifico affresco “La meglio gioventù”, in cui attraverso una grande famiglia si rappresentano 40 anni di dopoguerra italiano.

Prima parliamo del suo nuovo progetto mastodontico: “Piazza Fontana”. Un film su ciò che fu l’inizio degli anni del terrorismo italiano, cioè lo scoppio, nel 1969, di una bomba presso la banca dell’agricoltura nel centro di Milano. Oggi si sa che quell’azione fu manovrata da gruppi neofascisti con il probabile coinvolgimento dei servizi segreti italiani. Dopo ben sette processi nessuno è ancora stato condannato. Il materiale raccolto è talmente ampio che, oltre al film, Giordana pensa di fare anche una serie di programmi televisivi che analizzeranno in modo critico il materiale stesso.

Un po’ controvoglia, Giordana accetta di passare alla situazione politica attuale.
- È imbarazzante. Prima di tutto io sono un patriota. Non c’è un solo festival del cinema cui vada senza ricevere domande su Berlusconi. Normalmente evito di parlare di lui. Ho la sensazione che lui ottenga le royalties ogni volta che menziono il suo nome e io non voglio contribuire oltre.
La domanda che più spesso gli viene posta è com’è possibile che siano in così tanti a votare per Berlusconi.
- I voti in una democrazia sono sempre il risultato di una sorta di incantamento e seduzione. Non è che voti per una persona perché ha presentato un programma che tu hai studiato e approfondito.

Marco Tullio Giordana racconta della profonda impressione avuta quando Berlusconi, al momento di entrare in politica, fece stampare e distribuire gratis quel delizioso e allegro libro: “Una storia italiana”, che mostrava la sua vita e il suo successo.
- Si mise in mostra di fronte agli elettori. Il messaggio era evidente: “Guarda cosa ho fatto, come ho creato la mia impresa e un sacco di posti di lavoro. Guarda come sono simpatico. Il mio successo non mi ha fatto diventare uno snob come la famiglia Agnelli. Mi piacerebbe giocare a carte con voi. Mi piacciono le belle donne, proprio come a voi. Sono uno di voi.”

In 16 anni, l’opposizione non è mai riuscita a rappresentare un’alternativa credibile a Berlusconi. Romano Prodi lo ha fronteggiato due volte uscendo vincitore in entrambe le occasioni. Ma in entrambe le occasioni, gli alleati di Prodi non l’hanno lasciato governare, continua Giordana che è fortemente deluso dalla politica.
- Oggi come oggi è molto difficile simpatizzare con la sinistra.
Giordana non è mai stato iscritto a un partito politico ed è tra quelli che pensano che gli artisti debbano rimanere fuori dalla politica.
- Era più facile quando la sinistra era “condannata” ad un’eterna opposizione e poteva rivolgere senza paura le sue critiche anche contro la propria concezione ideologica, così come fece Pasolini. Per me, lui rimane l’esempio di come deve essere l’artista: libero e indipendente.

All’ultima domanda, se la democrazia in Italia è minacciata, Giordana risponde senza esitare di sì. È un processo che va avanti da molto tempo.
- Molto prima che la democrazia cominciasse a dare segni di profondo cedimento, il buon gusto e il buon giudizio di questo paese sono andati persi. Il benessere e la felicità degli italiani si sono sempre basati su un tenore di vita modesto. Non erano mai frustrati, nemmeno dopo la guerra con tutta quella povertà. Perché sapevano di vivere in un paese meraviglioso, circondati da un’incredibile bellezza e che nella loro chiesa c’era un dipinto di Caravaggio, Giorgione o Duccio di Boninsegna. Allora, quando erano poveri, non avevano complessi di inferiorità. Ce li hanno invece oggi, ricchi e frustrati.

- La mia risposta dev’essere: per un popolo che oggi è così infelice, che ruolo e che significato ha la democrazia? Nessuno!
- Ricordiamoci che in Italia solo una minoranza combatté per la democrazia. È chiaro che non viviamo in una dittatura, ma sono in pochi oggi a vedere il valore della democrazia.



martedì 19 gennaio 2010

Little Italy

Questo articolo letto sull'Unità fotografa perfettamente lo squallore totale in cui è sprofondato questo ridicolo paese.

Il pagliaccio preferito dagli italiani ormai arriva anche ad usare i bambini dell'Aquila per i suoi viscidi disegni propagandistici, la cosa che però fa più tristezza sono gli adulti che fanno finta di non capire quello che sta succedendo da ormai troppo tempo.

Per quanto tempo ancora dovrò vergognarmi di essere italiano ?


Berlusconi all'Aquila: "Bimbi vi piaccio?"

Tabelline, piccoli quesiti di matematica, ma anche la domanda se Silvio Berlusconi sia un buon presidente del Consiglio. Il premier visita la scuola primaria  "Mariele Ventre", un prefabbricato costruito per ospitare i bambini dell'Aquila dopo il terremoto, e fa un piccolo show con gli alunni.

Prima entra in qualche classe, chiede ai bambini se sono bravi, se studiano, se c'è qualcuno che tifa per il Milan. Poi, in sala mensa, c'è anche un microfono e il presidente del Consiglio inizia a scherzare con i bambini: «Vediamo se nella nuova scuola avete imparato le tabelline», dice ridendo. «Qual è la capitale d'Italia», chiede ancora ricevendo la risposta in coro dai bambini. E poi chiede: «Pensate che Silvio Berlusconi sia un buon presidente del Consiglio?». I bambini in coro rispondono «sì» e allora il premier replica: «Allora daremo il voto anche ai bambini sopra i cinque anni...».

Berlusconi affida poi ai bambini un messaggio per i loro genitori: «Dite a mamma e papà che Berlusconi è venuto qui, che manderà tanti bei libri nuovi per la vostra scuola, duemila bastano? E fate a loro tanti auguri affinchè i sogni che portano nel cuore per il vostro futuro si avverino. Ma perchè sia così - aggiunge - dovete studiare».

Berlusconi chiede poi ai bambini se ci sia qualcuno che vuole fare il medico, l'avvocato, l'ingegnere e poi fa anche una domanda «rischiosa: qualcuno di voi vuole fare il politico?». I sì sono molti e allora il premier dà un «consiglio: cercate prima di diventare medici, avvocati e ingegneri e poi, magari interessatevi alle cose che servono per la vostra città e per il vostro paese». Berlusconi continua poi con gli scherzi: «Quante dita ha una mano?», chiede ai bambini che rispondono cinque. «Quante dita hanno due mani?», e la risposta è dieci. E poi «una domanda più difficile: quante dita hanno dieci mani». I bambini in coro rispondono "cento" e Berlusconi dice: «Bravi, rispondono tutti cinquanta, voi invece avete dato subito la risposta giusta», dice Berlusconi lasciando il dubbio tra i giornalisti se scherzasse o meno.

All'uscita dalla scuola ci sono ancora abitanti dell'Aquila che vogliono salutare Berlusconi. Qualcuno gli chiede: «Venga a trovarci ancora». Il premier risponde: «Ormai non ce n'è bisogno, siete a posto», ma qualcuno risponde: «Mica tanto...». Ci sono anche dei giovani sostenitori di Berlusconi, con indosso la maglietta "L'Aquila con Silvio". Il premier si avvicina, gli viene consegnata una maglietta e i giovani lo ringraziano così: «Grazie presidente, ci ha garantito un terremoto di lusso».



giovedì 24 dicembre 2009

Visti Da Fuori

Dagbladet Information


Le conseguenze dell’aggressione a Berlusconi sono imprevedibili. Prima dell’incidente di domenica scorsa a Milano, Berlusconi sembrava un uomo finito. Il malcontento nelle file del PDL per le costanti accuse da parte del presidente contro i giudici e contro altre istituzioni dello Stato era notevole. Il presidente della Camera dei Deputati. L’ex-missino Gianfranco Fini, era sull’orlo di raggruppare le proprie truppe ed abbandonare il partito. Pier Ferdinando Casini, leader dei cristianodemocratici di centro UDC, aveva auspicato la formazione di un’alleanza democratica con la sinistra per frenare il tentativo del governo di modificare la Costituzione. Si prospettava quindi una maggioranza alternativa ma l’episodio di violenza potrebbe rivelarsi come un salasso rigeneratore per l’attuale maggioranza.

La forza del fascino carismatico di Berlusconi è la narrazione della ricchezza e del successo, che si accentra nel suo aspetto fisico. È un fisico che emana energia, ottimismo, temperamento, fortuna e sicurezza, ma anche odio per il nemico, disprezzo per le regole e disinteresse per le idee altrui. Per 15 anni Berlusconi ha proiettato i suoi istinti autoritari contro una sinistra ”comunista”, che esiste solo nella sua fantasia. Ha sistematicamente svuotato la democrazia italiana di contenuti, sia nelle istituzioni pubbliche che nelle teste dei cittadini.

L’odio per Berlusconi è quindi pienamente comprensibile. Erigendo il carisma a fattore determinante per la legittimazione del potere politico, Berlusconi ha oltrepassato la linea di demarcazione della democrazia: la democrazia si basa su argomenti, non su sentimenti. Ma Berlusconi ha consapevolmente accentrato l’attenzione sulla propria persona e perciò provoca reazioni come odio e amore. Che un psicolabile – per definizione non in grado di autocontrollo emotivo – commetta violenza nei confronti del presidente è una conseguenza della natura del berlusconismo. Negli attimi successivi all’aggressione, sul viso di Berlusconi era dipinto il panico, ma poi sfidando istintivamente il pericolo si è mostrato alla folla come un martire sanguinante. È proprio questo il contenuto del patto che lui ha stretto con i suoi elettori. Ma l’aggressione rivela anche l’ombra negativa del potere carismatico: la sacralizzazione del viso di Berlusconi sugli schermi TV alimenta infatti la spinta alla desacralizzazione.

Il tentativo di trasformare la desacralizzazione in martirio mostra quanto l’Italia sia distante da una normale dialettica democratica. L’opposizione e parte della stampa sono stati accusati di essere i ”mandanti morali”. Adesso Berlusconi tenterà il tutto per tutto per limitare i poteri dei giudici e del presidente. Ancora una volta ha avuto successo nel semplificare la vita politica. Ma ad un certo punto la bolla scoppierà ed il passaggio ad una nuova epoca non sarà indolore. L’avventura politica di Berlusconi cominciò nel 1992-93 con le bombe della mafia contro giudici e monumenti e può terminare con altre bombe ed un collasso economico.


domenica 20 dicembre 2009

In tv una lite ogni due minuti
e sono i politici a urlare di più

Oltre 38 ore al giorno di Tv sono a rischio offese. A rimetterci i più giovani, ma non solo. Il parere di 130 esperti tra psicologi, psicopedagogisti e sociologi

ROMA - Lo zapping è diventato a intolleranza zero e la lite fa audience. Così sui principali canali televisivi, Rai, Mediaset e La7, oltre 38 ore al giorno di programmazione sono a rischio offese, urla e sopraffazioni. E' quanto emerge da uno studio condotto da Comunicazione Perbene, l'associazione non profit che si batte per l'ecologia nella comunicazione con una particolare attenzione ai bambini e che ha lanciato una campagna per fermare la violenza nei media.

Più dei reality show e molto più delle trasmissioni sportive, sul ring del piccolo schermo i più combattivi e astiosi sono i Tg (da bollino rosso per il 71 per cento degli esperti intervistati) e i programmi di informazione. A urlare più delle curve di tifosi e alzare i livelli dell'"urlometro mediatico", sono soprattutto i politici (come evidenzia il 67 per cento degli esperti). Dove ci sono i rappresentanti dello Stato si registra in media un "comportamento scorretto" ogni 3 minuti di messa in onda.

Oltre ai litigi, a essere sotto accusa ci sono gli insulti (indicati dall'85 per cento), le urla (73 per cento) e il sovrapporsi agli altri (66 per cento) senza lasciare la possibilità di replica. Ma il pubblico, che guarda, non è contento. Secondo il 69 per cento degli intervistati, gli effetti sui più giovani possono essere gravi e portare a un aumento dell'aggressività (46 per cento), all'insorgere di stati d'ansia (39 per cento), fino ad arrivare a intolleranza e persino a sociopatie.

L'associazione Comunicazione perbene ha intervistato 130 esperti tra psicologi, psicopedagogisti, sociologi ed esperti di media, oltre ad aver condotto un monitoraggio del web e delle reti nazionali per individuare che spazio hanno, ogni giorno litigi, risse, comportamenti e atteggiamenti aggressivi o diseducativi nei media.

Se resta il piccolo schermo il primo a essere sotto accusa, come sostiene il 75 per cento degli esperti, internet lo segue a ruota e contribuisce ad aumentare il clima di aggressività (48 per cento). In particolare la Rete permette l'interazione attiva dell'utente che non si limita a cambiare canale col telecomando e può invece partecipare attivamente a litigi, insulti e risse armato di mouse.

"La tv è il medium preferito degli italiani e dovrebbe essere uno strumento di informazione o intrattenimento - ha spiegato Saro Trovato, presidente di Comunicazione Perbene -, non una sorta di arena dove a dominare sono liti e violenza. Di fatto la Tv ha un'incredibile capacità di influenzare comportamenti e atteggiamenti, nel bene e nel male. E una Tv dove ogni giorno in decine di trasmissioni vengono proposti comportamenti scorretti non è certo una buona maestra. Oltre alla frequenza dei litigi la cosa preoccupante, come sostengono gli esperti intervistati, è l'atteggiamento di routine con cui vengono accolte le manifestazioni più estreme, come gli insulti e le prevaricazioni. Questo crea una specie di complicità con lo spettatore e contribuisce a far entrare a tutti gli effetti la rabbia incontrollabile nel comportamento comune".

Luca Borgomeo, presidente del Consiglio Nazionale degli Utenti (Cnu), organismo dell'Agcom ha ribadito l'importanza di cambaire la situazione. "E' da tempo che segnaliamo come la rissosità sia diventata una costante di molte trasmissioni. Un fenomeno pericoloso, soprattutto per i più piccoli - ha detto Borgomeo - Abbiamo più volte invitato le emittenti ad abbassare i toni. Ma la voglia di scalare l'audience a suon di urla sembra più forte. C'è però tanta gente che apprezza la pacatezza e il sereno confronto"



mercoledì 16 dicembre 2009

Visti da Fuori

[Tages-Anzeiger - Svizzera]


“Un primo ministro con le palle”: Berlusconi parla ex cathedra al Congresso del Partito Popolare Europeo.

Nulla più stupisce di lui: dichiarazioni sconcertanti, volgarità, calunnie. Qualunque cosa dica Silvio Berlusconi, si perde nell’immensità delle sue precedenti esternazioni sconcertanti, volgari e calunniose. All’estero è da tempo ormai che il primo ministro italiano non viene più preso sul serio. Lo si crede un personaggio eccentrico della politica, un pagliaccio. Ma quasi nessuno lo ritiene un pericolo.

Un esempio particolarmente eloquente di quanto detto ci è stato offerto giovedì a Bonn quando è intervenuto al Congresso del Partito Popolare Europeo. Berlusconi stava tenendo un discorso. Tra il pubblico sedevano alcune alte cariche di paesi europei con un governo conservatore. Anche Angela Merkel, il cancelliere federale tedesco, era tra loro. Era pertanto un contesto ufficiale e internazionale, che vedeva la presenza di personaggi di alto livello. Non si trattava certo del palcoscenico di un programma di cabaret.

Continuo golpe delle parole

Berlusconi ha cominciato il suo discorso, ha raccontato una barzelletta autoironica e ha fatto ridere il pubblico. E poi ha attaccato con violenza inaudita il potere giudiziario del suo paese. Ha dichiarato che nella magistratura si sarebbero insinuati degli uomini della sinistra e che essa vorrebbe rovesciarlo. La Corte Costituzionale, il tribunale supremo italiano, è stata definita dal pluriaccusato premier di essere un “organo politico”. Sarebbe composto da persone nominate da tre presidenti della Repubblica di sinistra che avrebbero come loro unico obiettivo quello di perseguitarlo e di impedire al suo governo di governare. È giunto quindi il momento che lui, Berlusconi, “un primo ministro forte e duro, con le palle”, come lui stesso si è descritto, cambi la costituzione per impedire il colpo di stato da parte dei giudici e per salvare il paese.

In parole altre Berlusconi ha spiegato ai suoi colleghi, capi di stato europei, che la separazione dei poteri democratici in Italia è al momento sbilanciata e che ora è costretto a reagire. Il pubblico di Bonn, così sembra, sarebbe stato colto da un increscioso imbarazzo, come congelato da quelle singolari parole del premier italiano, da quell’incitamento contro le istituzioni della Repubblica. Probabilmente alcuni hanno scosso la testa – almeno nel loro intimo. Ma nessuno ha voluto commentare il discorso di Berlusconi. Nemmeno la Merkel. Molti media internazionali che hanno riferito sul Congresso hanno riportato la sua barzelletta, soltanto quella e anche questo è indicativo di quanto Berlusconi venga sottovalutato.

Gli italiani lo hanno eletto per ben tre volte

All’estero fanno spallucce e si argomenta solitamente così: dopo tutto gli italiani lo hanno eletto per tre volte negli ultimi quindici anni. E lo hanno fatto nonostante l’enorme conflitto di interessi economici e politici, nonostante la sua reputazione ormai compromessa, nonostante l’origine misteriosa del suo patrimonio, nonostante il suo rifiuto di rimettersi al giudizio dei magistrati che vogliono processarlo, tra l’altro, per corruzione e falso in bilancio (non come politico ma come un privato cittadino), nonostante le molte leggi fatte ad hoc per evitargli i processi, nonostante un bilancio di governo insoddisfacente, nonostante alcune scandalose vicende private che avrebbero dovuto inorridire almeno l’elettorato cattolico.

Di fronte a quest’argomentazione c’è teoricamente poco da ribattere. Berlusconi viene democraticamente eletto. La percentuale che raggiunge il suo partito nella coalizione di governo è il 30 per cento. Con l’appoggio degli alleati questa percentuale è sufficiente a costituire una ampia maggioranza. Ma Berlusconi crede che a lui sia permesso tutto. Non solo si sente eletto, ma anche predestinato e osannato come un redentore, un messia. Circondato da buffoni di corte e dalla sua personale claque. Lui guida il suo partito senza bisogno di congressi. Tratta i suoi collaboratori alla stregua di dipendenti.

Ora ci si può ridere sopra o distogliere lo sguardo imbarazzati, come fanno i suoi colleghi capi di governo europei. Oppure ci si potrebbe chiedere, con legittima preoccupazione, come è possibile che ci sia un primo ministro europeo che non mostra rispetto per le regole di una democrazia occidentale.

In Italia due dei suoi storici alleati si sono ormai allontanati da Berlusconi. Per primi i cristiano-democratici di Pierferdinando Casini, ora il presidente della Camera dei Deputati, il postfascista Gianfranco Fini. Avranno di certo le loro ambizioni politiche. Il malcontento, tuttavia, è lo stesso. Fini ha detto che il primo ministro non tollera obiezioni e non rispetta le istituzioni di garanzia nello Stato. Fini dovrebbe saperlo bene, visto che è stato fin dall’inizio al suo fianco.

La tanto scongiurata fine

E così Berlusconi è isolato e incalzato nel suo stesso schieramento. Può fare affidamento solo sul suo più stretto entourage, su quelle persone che acclamandolo servilmente hanno raggiunto le più alte vette della politica e per questo sono eternamente grati al loro capo. Anche la Lega Nord torna periodicamente a minacciare di far cadere Berlusconi. Gli alleati non assentono più a tutto, come facevano un tempo.

I giornali di sinistra parlano della incombente “fine di un’epoca”, delle ultime ore di un leader barcollante, della fine della Seconda Repubblica. Di nuovo! Ma Berlusconi prende in considerazione l’idea di costringere il paese alle elezioni anticipate, presentarsi alla gente nella veste di martire e di perseguitato, mostrare a tutti ancora una volta – a quelli di sinistra, ai traditori di destra, al mondo intero – che in un colpo saprà liberarsi, lui “forte, duro, con le palle” e con tutto il potere dei suoi miliardi e dei suoi mezzi di comunicazione. E questo accade nel bel mezzo dell’Europa. Vi sembra che tutto questo sia da sottovalutare?

Pesi e Misure

In questi giorni catalizzati dall'evento dell'anno , l'atto idiota di uno psicopatico in cerca di notorietà, mi sono venute in mente un paio di cosiderazioni che , stranamente, non ho sentito in nessun programma televisivo, anche se a dire la verità non ne guardo tantissimi.
L'attacco subito dal presidente del consiglio è indubbiamente un fatto clamoroso ed è ovvio che finisca su tutte le prime pagine e che se ne parli in continuazione in questi giorni.
Certo , i toni usati dai suoi sodali e fedeli alleati sono molto al di sopra delle righe, il tentativo di addossarne la colpa a giornalisti e giornali critici è subdolo e meschino, del tutto in linea con la feroce propaganda a cui è sottomessa l'Italia da 15 lunghissimi anni a questa parte.
Non è tuttavia questo che mi colpisce , perchè solo uno straniero appena sbarcato a Malpensa potrebbe stupirsi di quello che dicono i vari Cicchitto , Feltri e compagnia cantante.
La cosa che mi stupisce ancora, nonostante tutto, è la facilità con cui la gente comune si dimentica tutto quello che è stato detto in tempi non lontani e tutto quello che è stato fatto dal "centrodestra" quando era , bei tempi quelli, all'opposizione.
Le accuse di regime, di brogli elettorali, il golpe di Scalfaro, le "pallottole" di Bossi al Giudice Papalia, Maroni condannato per resistenza a Pubblico Ufficiale," i bergamaschi armati pronti ad imbracciare il fucile per la libertà della Padania", la "Padania" che in prima pagina accusava Berlusconi di essere un mafioso, Bossi che lo insultava nei comizi, Sgarbi che insultava e calunniava il giudice anti mafia Caselli su Canale 5, gli insulti di Berlusconi rivolti a Prodi e Veltroni prima e a tutti gli elettori poi, tutte queste cose che io e tanti altri ricordiamo perfettamente sono scomparse non solo dalle cronache ma soprattutto dalla memoria collettiva degli italiani.
Lui può tranquillamente presentarsi alla massa come la vittima di un gioco al massacro che lo ha sempre visto in prima fila, con le televisioni dalla parte del manico come accade solo nelle peggiori Repubbliche delle Banane.
Qualche anno fa Prodi ricevette un pacco bomba a casa che esplose senza fare troppi danni, e il fatto fu superato senza nessun clamore, il primo a minimizzare fu il diretto interessato, che non si sognò neppure di accusare il "centrodestra" di fomentare l'odio e la violenza.
Tre anni fa durante le manifestazioni dei tassisti contro il Decreto Bersani, Fabio Mussi fu aggredito e malmenato da alcuni dimostranti.
Non mi sembra di ricordare alzate di scudi da parte di coloro che oggi si strappano i capelli per il clima d'odio e violenza , e dire che di cose me ne ricordo.
Non riuscirò mai a capire ed accettare la facilità con cui una larga parte della popolazione, compresi , aihmè, anche molti parenti e conoscenti , si lascia manipolare da una macchina di propaganda tanto potente quanto evidente.
E' così difficile , o faticoso, tenersi informati in maniera consapevole, senza bersi tutto quello che passa?
E' così difficile usare il proprio cervello per formarsi delle opinioni senza farsele inculcare passivamente?


lunedì 14 dicembre 2009

UN NO ALLA VIOLENZA

Questo blog , nel suo infinitamente piccolo, condanna ogni forma di violenza fisica a danno di chiunque.
Il gesto di Tartaglia non può in nessun modo essere condiviso nè essere giustificato.
Non è così che ci si libera di un pessimo governante, anzi mi sembra piuttosto evidente che i pessimi governanti ne escano addirittura rafforzati nell'opinione pubblica.
Solo il voto ci libererà del nostro pessimo governante, e solo una presa di coscienza collettiva potrà portare gli italiani a voltare le spalle all'uomo che da 15 anni li indottrina con la sua sproporzionata macchina propagandastica.
Il gesto scellerato di ieri sera va nella direzione opposta.

domenica 6 dicembre 2009

Time to say addio

Dec 3rd 2009
From The Economist print edition
Silvio Berlusconi’s political career is teetering on the brink. He should go

EVEN by his standards, it has been a bad week for Silvio Berlusconi, Italy’s prime minister. A court demanded surety for a huge fine on his Fininvest company, over its 2000 purchase of Mondadori, Italy’s biggest publisher. His wife, Veronica, is seeking a vast divorce settlement. His trial on charges of bribing a British lawyer, David Mills, is restarting after his immunity was quashed. New claims are being aired of one-time Mafia connections. A “No Berlusconi Day” protest is being staged in Rome this weekend. Mr Berlusconi has made political survival an art, but even he now looks to be in trouble (see article).
EPA

The Economist’s view of Mr Berlusconi has been consistent. We criticised his political debut in 1993-94. In 2001 we said he was unfit to rule Italy. In 2006 we advised Italian voters to say “Basta!” to his government. We urged them to back his centre-left opponent in March 2008. Yet we have been cautious over joining the extensive and prurient commentary on a lurid array of sex scandals that have engulfed the 73-year-old prime minister this year. We prefer to judge him on two more substantive matters: the conflicts of interest between his business and political jobs, and his government’s performance.

This week’s events have thrown a dark light on the first. The resumption of various court cases involving him or his associates, plus a series of other business and legal issues, are distracting him and his government from their other responsibilities. The damage is visible. With the financial crisis and the recession, attention has shifted from Italy’s economic difficulties to the plight of places like Greece. Yet although Italy’s admirable small businesses in the north are thriving, the country as a whole still lags behind badly. In the year to the third quarter its GDP shrank by more than the euro-area average, and it is expected to fall by almost 5% in 2009, as big a drop as in any other big west European country.

Mr Berlusconi’s government has been shockingly dilatory in its response. For a long time the prime minister denied that Italy would go into recession. He used the parlous public finances as a reason to justify why Italy’s fiscal stimulus should be much smaller than in other big countries. Unlike a few braver political leaders, he also failed to promote the sorts of economic reform needed to restore the country’s competitiveness, which has deteriorated sharply against Germany’s. Italy remains over-regulated and comes out distressingly badly in international league tables for such things as the ease of starting a business, the extent of corruption, the level of a country’s research spending and the quality of its education.

In his third government Mr Berlusconi has also pursued an eccentric foreign policy out of kilter with Italy’s Western allies. He has cosied up to Russia’s Vladimir Putin and Libya’s Muammar Qaddafi in pursuit of Italian energy interests (this week he was in Belarus, chatting up another dictator, Alyaksandr Lukashenka). Under Mr Berlusconi, Italy continues to punch below its weight in the European Union and the world.
Go, go, Silvio

Partly thanks to his own machinations, there is no obvious successor if Mr Berlusconi quits. Indeed, some supporters say it is better to stick with him because the alternative would be chaos. Yet Italy has other potential leaders: Gianfranco Fini in his own party, who is openly plotting to oust Mr Berlusconi; Pier Ferdinando Casini in the centre, who held aloof from his third government; even the new centre-left leader, Pierluigi Bersani, who pushed reforms in the government of Romano Prodi. One of these would surely come to the fore were Mr Berlusconi to go. Whoever does might even complete the country’s transformation, which Mr Berlusconi halted in its tracks when he entered the political stage in the 1990s. Italy would be better off if il cavaliere now rode out of the scene.

domenica 29 novembre 2009

Voi siete qui - La lingua del picciotto


di ALESSANDRO ROBECCHI
pubblicato in Il Manifesto

Apicella scrive la musica. E Berlusconi scrive i testi. Come quello di ieri, assai divertente: “Se trovo chi ha girato nove serie della Piovra e scritto libri sulla mafia facendoci fare una bella figura nel mondo,  giuro che lo strozzo”. E’ una battuta. E’ una barzelletta. Faceva più ridere se diceva: “lo sciolgo nell’acido”. Oppure: “lo muro in un pilone dell’autostrada”. Non è una cosa seria. Un premier che se la prende con la Piovra e la fiction tivù con la motivazione che raccontare la mafia non mette in buona luce il paese, non può parlare seriamente. Ma non ha visto Il Padrino? Mai l’elegantissimo Don Vito Corleone avrebbe usato parole simili, si sarebbe limitato a un cenno del capo, un lievissimo ammiccamento. La parola “strozzare” si addice più a un picciotto qualunque che a un capo di governo. Restando alla mafia del cinema, Berlusconi sembra più il Joe Pesci di Quei bravi ragazzi, quello che gridava: “hai detto buffo a me?”. Dunque, andiamo, non è una cosa seria. Se fosse una cosa seria il premier dovrebbe citare anche le fiction sulla mafia trasmesse dalle tivù di sua proprietà, con ottimi ascolti. E sarebbe interessante sapere se tra gli “strangolabili” dal premier figura anche, per dire, Roberto Saviano, che non ha fatto certo un piacere alla proloco di Napoli raccontando Gomorra. Edito da Mondadori, sia detto en passant, giusto per sottolineare che con la costruzione della fama planetaria del paese mafio-camorristico-assassino, il signor Silvio Berlusconi ha incassato parecchi soldi. Non vorremmo che si strozzasse da solo. Senza contare che anche le sue proprie performance estive a base di escort e lettoni di Putin non sono state da meno, quanto a credibilità internazionale, dignità del paese e “belle figure”.
Dunque saremmo davvero tentati – come ci hanno subito consigliato i suoi famigli, camerieri, portavoce, reggicoda e corifei – di archiviare la faccenda sotto la voce “cose poco serie dette dal premier” di cui abbiamo del resto vastissima collezione. Purtroppo, invece, l’ultima sparata del capo del governo non è così peregrina. Parlare di mafia fa male al buon nome del paese non è che l’ultima variante di un discorso ben noto. Parlare di crisi fa male all’economia (in effetti a guardare solo il Tg5 sembra di essere in pieno boom economico). Parlare di delinquenza fa male se si governa, diventa invece molto utile quando governano gli altri. Quanto al buon nome del paese, insomma, se si volesse difenderlo sul serio col metodo Berlusconi, sarebbe un lavoro d’inferno. Da Piazza Fontana alle stragi di stato, per dire, via, via, un gran lavoro di bianchetto per questioni di immagine. E chissà, forse non è un caso che il suo sodale Dell’Utri, che per mafia è già stato condannato in primo grado (concorso esterno) se ne va in giro per l’Italia leggendo falsi diari di Mussolini che dicono quant’era gentile e buonanima e brava persona il Puzzone supremo. Eccone un altro che, come il commissario Cattani, ci ha fatto fare una figura di merda. Strozzare anche gli storici, non sarebbe male, no?


domenica 1 novembre 2009

Visti da Fuori

[het financiele dagblad]

L’Unione lascia fare il premier e di conseguenza perde autorevolezza nei confronti di paesi terzi su questioni come la libertà di stampa e la giustizia.

La scena è stata ridicola, mercoledì scorso. Membri delle frazioni cristiano-democratica e conservatrice del Parlamento Europeo sono scattati in piedi, esultanti, quando è stato annunciato che la risoluzione sulle preoccupazioni per la libertà di stampa in Italia è stata bocciata con tre voti di differenza.

Come spesso succede, dopo la votazione c’erano quasi solo sconfitti. Le frazioni che hanno appoggiato la risoluzione, ma anche quelle che l’hanno opposta. Il capofrazione del CDA (Partito Democratico Cristiano olandese, NdT), Wim van de Camp può infatti sostenere che la libertà di stampa in Italia è una questione interna della politica italiana, ma all’interno della sua delegazione olandese ci sono state profondi attriti sulla posizione da assumere e sulla pressione esercitata perchè ci si attenesse alla disciplina di frazione.

Inoltre, le immagini di cristiano-democratici felici perchè hanno bocciato una mozione sulla libertà di stampa è dannosa dal punto di vista pubblicitario. Solo il premier italiano Silvio Berlusconi ha guadagnato qualcosa con l’esito della votazione.

Sarebbe semplice liquidare il dibattito nel parlamento come un nuovo spettacolo messo su da una rappresentanza popolare che si tiene occupata con cose sulle quali non può in ogni caso esercitare influenza. Ma il malcontento del parlamento sul modo in cui Silvio Berlusconi opera è un provvidenziale segnale politico verso Roma con la richiesta di un comportamento più normale. Dagli stati membri dell’Unione ci si può infatti aspettare amaramente poco.

Non che i capi di governo europei in passato abbiano assistito inerti quando in qualche paese succedeva qualcosa che non gli andava a genio. Nel 2000, quando il partito di estrema destra di Jörg Heider, l’FPÖ, formò una maggioranza di governo con i cristiano-democratici dell’ÖVP in Austria, si arrivò ad un autentico boicottaggio politico da parte di altri Stati membri dell’UE. Congelarono i contatti diplomatici con l’Austria e rifiutarono i candidati austriaci per incarichi importanti. L’Unione ritirò le misure quando fu chiaro che fruttavano ben poco di positivo e che non c’era niente da eccepire sui ministri dell’FPÖ.

Il fatto che allora si arrivò a punire l’Austria ha una semplice spiegazione. L’Austria è un paese dell’UE relativamente piccolo, e nel 2000 era diventato membro da appena un anno.

Il caso dell’Italia è ben diverso: è uno dei paesi fondatori della cooperazione europea e il suo peso nelle votazioni del Consiglio Europeo è da protagonista. Le possibilità che il premier olandese Jan Peter Balkenende e i suoi colleghi prendano Silvio Berlusconi da parte durante il prossimo vertice europeo e gli dicano qualche parola dura è quindi zero.

Però dovrebbero farlo. Il premier italiano si comporta come un antidemocratico. Intimida con richieste di risarcimento danni i media che danno notizie sulle sue scappatelle, a pagamento o no, con donne, giovani o no. Regolamenta per se stesso l’immunità giuridica per non avere problemi con le inchieste per corruzione. Recentemente, quando la Corte Costituzionale gli ha tolto l’immunità, ha attaccato duramente il potere giudiziario.

È facile liquidare tutto ciò come una questione politica interna. Gente come Wim van de Camp trova che tocchi agli elettori presentare a Berlusconi il conto per la sua condotta scorretta. Il problema è che molti di quegli elettori non sono affatto informati su cosa pensa e fa il loro premier, o lo sono in modo distorto. Chi guarda la tv in Italia, o guarda le emittenti che sono proprietà di Berlusconi, o le emittenti statali dove brandiscono lo scettro persone di fiducia di Berlusconi.

Minacce a giornalisti e magistrati: se questo succedesse in qualche aspirante Stato membro, Bruxelles farebbe la predica.

Simili azioni rallenterebbero o fermerebbero il processo di ammissione. Questo è il danno causato dal tollerare la condotta scorretta di Berlusconi. Come possono Stati membri come l’Olanda continuare a fare pressione sulla Commissione Europea perchè segua attentamente gli sviluppi nel sistema giudiziario di Paesi già membri come la Romania e la Bulgaria? Come può l’Europa chiedere a stati candidati membri di fare pulizia a casa propria, se gli attuali membri se ne fregano di ogni sorta di principi?

Prendiamo la Serbia, che vorrebbe tanto entrare a far parte dell’Unione. A ogni elezione piovono nomine politiche nelle emittenti statali e nelle tv locali. Sicuramente l’UE vorrà cambiare questa prassi. Sempre in Serbia, il governo ha approvato una nuova legge sulla stampa che permette di multare pesantemente i media quando le notizie date si rivelano false. Queste multe sono così elevate da provocare il fallimento. I politici ora usano le regole per tenere in riga i quotidiani. Una simile legge contro-europea deve essere musica per le orecchie di Berlusconi.

lunedì 26 ottobre 2009

Canale 5, il manganello del Cavaliere

Fascismo mediatico


Accadono cose più gravi ma non si può trascurare il pedinamento televisivo (il video è a fondo pagina) che Canale 5 ha riservato al giudice Mesiano, estensore della sentenza che obbliga Mediaset a pagare 750 milioni di euro a De Benedetti per lo scippo della Mondadori, ottenuta a suo tempo con la corruzione del giudice Metta da parte di Previti con fondi Fininvest.

Sul giudice Mesiano Berlusconi aveva subito sparato a zero: ne vedremo delle belle, aveva pronosticato. Lo zelo dei suoi dipendenti si è applicato a tamburo battente. Conta poco che il pedinamento abbia avuto esito minimalista. Il servizio di Claudio Brachino ha infatti appurato che il giudice era impaziente mentre aspettava il suo turno dal barbiere. Non avendo niente di più succoso il commento qualificava il comportamento come stravagante. Anzi: “Alle sue stravaganze siamo ormai abituati”. Frase curiosa ma rivelatrice. Sembra implicare una sorveglianza di durata tanto serrata da produrre nei sorveglianti assuefazione. Si saranno messi all’opera subito dopo la sentenza o addirittura prima, come cautela preventiva? Chi può saperlo?

Ma conta molto di più che la rete ammiraglia di Berlusconi abbia pedinato il giudice, lo abbia ripreso a sua insaputa, lo abbia mostrato ai telespettatori. Oggetto di sguardo indiscreto qualsiasi momento di vita quotidiana può essere travisato con l’aiuto di un commento insinuante. Il gesto più insignificante può essere additato come sintomo rivelatore di un’attitudine che, proprio perché non spiegata e misteriosa, può apparire ancora più insidiosa: prova provata di un carattere ostile.

L’allusione che si fa maldicenza resta generica ma assume un carattere di precisione chirurgica. Vuol dire: questo che vedete è l’uomo qualsiasi che ha imposto una multa smisurata al presidente del consiglio migliore che l’Italia abbia mai avuto. E noi ve lo mostriamo nella sua insignificante quotidianità. E’ legittimo che un uomo così insignificante possa colpire l’eletto dal popolo? E il popolo non dovrà allora esprimere riprovazione per un gesto che cancella l’abisso che deve separare l’uomo comune dal capo?

Si può perfino pensare che lo zelante Claudio Brachino non sia stato consapevole dello squadrismo intrinseco del suo servizio: puro olio di ricino mediatico. Ma la possibile, per quanto improbabile, ignoranza dello strumento attivo non può far dimenticare l’evidenza schiacciante del possesso proprietario. La rete è del padrone che sta al vertice del potere politico. Il servizio potrebbe anche essere perfettamente anonimo. Ma la firma è una sola. E svela la miseria di un potere che deve ricorrere alla ritorsione personale nei confronti del singolo magistrato.

Qui c’è una contraddizione vistosa. Nelle intenzioni del governo, in un disegno di legge in preparazione, si dovrebbe perfino ignorare il nome e il volto del magistrato in causa. Si vuole una giustizia anonima per troncare alla radice il protagonismo dei giudici. Misura che nega il diritto alla conoscenza da parte del cittadino. Ma qui è rovesciata con impudicizia estrema: non solo si deve sapere chi è il giudice ma addirittura lo si mostra nella sua indifesa quotidianità. E per questo servizio il presidente del consiglio usa i suoi mezzi privati. In una qualsiasi altra democrazia ne sarebbe privo. Ma qualche commentatore bipartisan penserà che va già bene che non abbia usato i mezzi pubblici.

Pancho Pardi

Il Travaglio di Panorama

Il nuovo direttore di Panorama - Giorgio Mulè - entra in scena con una corsetta e un salto alla Benigni. Non è bravo come lui ma ce la mette tutta.

Parla bene di Berlusconi, parla bene di Fini, parla bene di Feltri, mostrando una visione larga e benevola degli esseri umani. Gente come noi. E se uno è bravo, è bravo. E glielo dici. E cerchi anche di darti una missione: riappacificarli. Questa, si direbbe, è la lettera di intenti.

Ma c'è di più. Panorama esce vestito da poker, promette di dire tutto sulla nuova voglia di giocare che dilaga in Rete. La consonanza è con il dovere civico dell'ottimismo che qualcuno (adesso non ricordo chi) ci sta raccomandando. Tutto
sembra dire che, con la giusta attitudine, le cose si aggiustano, come nel film di Woody Allen ("Basta che funzioni").

Purtoppo alcuni suoi collaboratori (chi anonimo, come l'autore del pezzo su Travaglio, chi celebre, come il super partes Vespa) non sanno ancora stare al gioco. O sono amari, come Vespa ( "scusate il paradosso; ma a dover invocare la par condicio siamo noi pochi moderati, in larga e documentata minoranza alla Rai") o provano a scoprire gli altarini dei finti moralizzatori, tipo Marco Travaglio.

A pag. 47, infatti, compare un pezzo rivelatore (peccato senza firma, così non sapremo mai a chi riconoscere lo scoop) dal titolo promettente: "Che profumo i soldi di Travaglio". I lettori di Panorama, si suppone, verranno presi da sentimenti ora di
meraviglia, ora di rabbia (dipende dalla par condicio di Vespa) nell'apprendere che l'impertinente giornalista è arrivato a guadagnare, nel 2007, fino a 350mila euro. "Ma negli ultimi due anni l'azienda Travaglio ha raggiunto il picco: i 180mila euro di diritti d'autore" (dall'editore Chiarelettere per il libro "Papi") e un versamento dello stesso Travaglio al nuovo giornale di Padellaro, "Il Fatto", di cui diventa azionista.

Diavolo di un giornalista investigativo anonimo. Dove avrà trovato quelle cifre che avranno subito fatto allargare le narici al vorace avvocato Ghedini? Forse Travaglio stava profittando alla brava del condono fiscale per riportare in Italia le somme ingordamente guadagnate (da parassita, direbbe Brunetta) alle spalle di padron Berlusconi?

La risposta delude un po'. Sono tutti dati pubblicati dal fisco e resi noti dall'editore. E deludono un po' anche le cifre. Per esempio, dedotti viaggi, lavoro, famiglia, contributi e collaboratori, le escort non ci entrano. E con una simile cifra non si va neanche in Puglia, né a destra, né a sinistra.

Furio Colombo

La leggenda del premier eletto dal popolo

di ILVO DIAMANTI

 
"Presidente eletto dal popolo". Così si definisce Silvio Berlusconi. Sempre più spesso, da qualche tempo. Per rivendicare rispetto dai molti nemici che lo assediano. Ma, al tempo stesso, per marcare le distanze dall'altro presidente. Giorgio Napolitano. Il Presidente della Repubblica. Il quale, al contrario, è "eletto dal Parlamento". Anzi da una parte di esso. Perché Napolitano non è "super partes", ma di sinistra. Come tutte le altre istituzioni dello Stato. Corte Costituzionale e magistratura in testa. Non garanti. Ma soggetti politici. Di parte. Per questo Berlusconi non ne accetta le decisioni, ma neppure il ruolo. In pratica: considera le istituzioni dello Stato - e quindi la Costituzione - inadeguate. Peggio: illegittime. Meno legittime di lui, comunque. Presidente eletto dal popolo.

Queste affermazioni, sostenute a caldo e a tiepido dal premier, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul lodo Alfano, si fondano su premesse discutibili, anzitutto sul piano dei fatti. Dati per scontati. Che scontati non sono.

Il primo fatto è che Berlusconi sia un presidente "eletto dal popolo". È quanto meno dubbio. Perché l'Italia non è (ancora) un sistema presidenziale. I cittadini, gli elettori, votano per un partito o per una coalizione. Non direttamente il premier o il presidente. Anche se, dopo il 1994, abbiamo assistito a una progressiva torsione delle regole elettorali e istituzionali in senso "personale". Senza bisogno di riforme. Così, nella scheda elettorale, accanto ai partiti e alle coalizioni viene indicato anche il candidato premier. (Come ha lamentato, spesso, Giovanni Sartori). Tuttavia, non si vota direttamente per il premier, ma per i partiti e gli schieramenti. Silvio Berlusconi, per questo, non è un presidente eletto dal "popolo". Semmai dal "Popolo della Libertà". Da una maggioranza di elettori, comunque, molto relativa.


Alle elezioni politiche del 2008 il partito di cui è leader Berlusconi, il Pdl, ha, infatti, ottenuto il 37,4% dei voti validi, ma il 35,9% dei votanti e il 28,9% degli aventi diritto. Intorno a un terzo del "popolo", insomma. Peraltro, prima di unirsi con An, fino al 2006, il partito di Berlusconi era Forza Italia, che non ha mai superato il 30% dei voti (validi). Al risultato del Pdl si deve, ovviamente, aggiungere il 10% (o l'8%, a seconda della base elettorale prescelta) ottenuto dalla Lega. I cui elettori, però, non hanno votato per Berlusconi. Visto che al Nord la Lega ha sottratto voti al Pdl, di cui è alleata e concorrente. E quando ha partecipato al governo (come in questa fase) si è sempre preoccupata di fare "opposizione". Questa considerazione risulta ancor più evidente se si fa riferimento al risultato delle recenti europee. Dove si è votato con il proporzionale e con le preferenze personali. Il Pdl, il partito di Berlusconi, ha infatti ottenuto il 35,3% dei voti validi, ma il 33% dei votanti e il 21,9% degli aventi diritto. Lui, il Presidente, ha personalmente ottenuto 2.700.000 preferenze. Il 25% dei voti del Pdl, ma meno del 9% dei votanti. Il risultato "personale" più limitato, dal 1994 ad oggi.
Tutto ciò, ovviamente, non intacca la legittimità del governo e del premier. Semmai la sua pretesa di interpretare la "volontà del popolo".

D'altronde, si vota una volta ogni cinque anni, mentre i sondaggi si fanno quasi ogni giorno. Per cui, più che sul voto, il consenso tende a poggiare sulle opinioni. Sulla "fiducia". Ma stimare la "fiducia" dei cittadini è un'operazione difficile e opinabile. Che non coincide con il consenso elettorale. Non si capirebbe, altrimenti, perché, se davvero - come sostiene Berlusconi - il 70% degli italiani ha fiducia in lui, alle recenti elezioni europee il Pdl si sia fermato al 35%, la coalizione di governo al 45% e le preferenze personali per il premier al 9% (dei voti validi).

La fiducia, inoltre, è difficile da misurare. Per ragioni sostanziali, ma anche metodologiche. Soprattutto attraverso i sondaggi. Dipende dalle domande poste agli intervistati. Dagli indici che si usano. Alcuni fra i principali istituti demoscopici (come Ipsos di Nando Pagnoncelli e Ispo di Renato Mannheimer) utilizzano una scala da 1 a 10, per analogia al voto scolastico. Per cui l'area della "fiducia" comprende tutti coloro che danno a un leader (o a un'istituzione) la sufficienza (e quindi almeno 6). Oggi, in base a questo indice, circa il 50% degli italiani esprime fiducia nel premier Berlusconi (le stime di Ipsos e Ispo, al proposito, convergono). Mentre a fine aprile, dopo il terremoto in Abruzzo, superava il 60%. Ciò significa che negli ultimi mesi la "fiducia" del popolo nel premier si è ridotta, anche se risulta ancora molto ampia. Tuttavia, anche accettando questi indici, un 6 può davvero essere considerato un segno di "fiducia"? Ai miei tempi, nelle scuole dell'obbligo - ma anche al liceo - era una sufficienza stretta. Come un 18 all'università. Che si accetta per non ripetere l'esame. Ma resta un voto mediocre. Basterebbe alzare la soglia, anche di pochissimo, un solo punto. Portarla a 7. Per vedere la fiducia nel premier (e in tutti gli altri leader) scendere sensibilmente. Al 37%. Più o meno come i voti del Pdl. Con questi dati e con queste misure appare ardita la pretesa del premier di parlare in "nome del popolo". Tanto più che, con qualunque metro di misura, il consenso personale verso il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, risulta molto più elevato. Fino a una settimana fa, prima della recente polemica, esprimeva fiducia nei suoi confronti circa l'80% degli italiani, utilizzando come voto il 6. Oltre il 50%, con una misura più esigente: il 7. Lo stesso livello di consenso raccolto dal predecessore, Carlo Azeglio Ciampi. Anche da ciò originano le tensioni crescenti tra il premier e il Presidente della Repubblica. Nell'era della democrazia del pubblico. Maggioritaria e personalizzata. Dove i media sono divenuti lo spazio pubblico più importante. E il consenso è misurato dai sondaggi. Nessuno è "super partes". Sono tutti "parte". Tutti concorrenti. Avversari o alleati. Amici oppure nemici. Anche Napolitano, soprattutto Napolitano. Per la carica che occupa e la fiducia che ottiene. Agli occhi di Berlusconi, impegnato a costruire la leggenda del "presidente votato e voluto dal popolo". Non può apparire amico.